BASTIONE SANGALLO

di Giuditta Giardini.

Fano fu fatta forte, fanesi fatevi forti. La storia delle mura cittadine comincia attorno al 9 d.C. quando l’imperatore Augusto volle cingere le estremità della colonia facendo singhiozzare qualche varco. Tra questi val la pena menzionare la Porta d’Augusto, meglio nota come arco (ma sempre porta resta), e Porta della Mandria, per le quali entrava ed usciva la rumorosa Flaminia, via consolare, che collegava Roma a Rimini.

Nel caos medioevale, che portò ad un disordinato ampliamento del centro abitato, si susseguirono sparse modifiche e rifacimenti. Tanto che sull’aprirsi del XV secolo, sotto il dominio di Pandolfo III Malatesta, l’antico pomerio murato, venne ampliato significativamente e venne eretta pure la Rocca con il suo mastio, per alcuni alla maniera dell’Alberti.Bastione-San-GalloNel 1463, come ricorda la solinga lapide affissa su Porta Maggiore, la Signoria malatestiana assieme a buona parte delle mura cedettero, non senza lottare, alle cannonate d’assedio di Federico da Montefeltro, che restituì la città alla Chiesa, la quale le concesse, come premio­fedeltà, una libertà ecclesiastica, che invero non seppe mai d’indipendenza.

Negli anni della Protesta che seguirono, Clemente VII, grande politico e simulatore, fortificò la Chiesa nei cuori e nella pietra. Nel 1532, tramite Giovanni Girolami Vescovo di Pavia e surrogato Vescovo d’Assisi, il Pontefice commissionò la costruzione di un baluardo per proteggere Fano dalla minaccia della flotta turca proveniente dalle sponde della Dalmazia. Il progetto venne affidato ad Antonio da Sangallo, detto il Giovane, già Architetto della Camera romana, che brillava nell’effervescente panorama delle maestranze artistiche alla mercé della committenza papalina.

Il progetto, terminato in quasi vent’anni, assunse le caratteristiche tipiche della Fabbrica dei Sangallo, le stesse, per capirci, riscontrabili nelle mura e nel baluardo di via di Porta Ardeatina a Roma. Per citarne alcune: la pianta pentagonale, le cuciture in pietra bianca per rafforzare il mattone, l’uso del laterizio, l’inclinazione esatta. Se, anni prima, con il senese Francesco di Giorgio Martini, l’attenzione tutta nuova per la difesa cercò di rispondere, seppure in modo ancora burbero, alle nuove teorie d’assedio scientifico, le sue innovazioni, rilette e reinterpretate dai Sangallo, si tinsero di possente eleganza ed efficacia militare. I centri energetici, in cui il Martini fece convogliare le linee di forza della costruzione, come a scudo, divennero, coi Sangallo, irradiamento di forza essi stessi. Mura e baluardi si magnificavano ai bordi delle città facendosi protagonisti discreti, ma indispensabili, della realtà che si svolgeva al loro interno, quella stessa realtà da preservare e difendere.BastionestemmaNello stesso anno (1551) in cui l’architetto Sansovino concluse, secondo l’Amiani, i lavori a San Paterniano, dove vennero traslate le spoglie del patrono della città, i fanesi ottennero da Roma la riduzione del sussidio triennale, cioè poterono destinarne un terzo (mille feudi) alla Fabbrica delle Mura della Città e del Baluardo. Infatti, la minaccia dei turchi, spinse Papa Giulio III ad affidare a Fabio Magnarelli il compito di pattugliare le spiagge, distribuirvi milizie, eleggere alcuni paceri per la conciliazione delle dispute e, cosa più importante, di commissionare a Luca da Sangallo, anch’esso architetto della Camera romana, la terminazione della cinta muraria. In primis si sarebbe dovuto concludere il Baluardo, poi Porta Pesaro, fu Angelica, da quel momento Giulia in onore di Giulio III, poi la Fonte di Porte Maggiore ed infine il nuovo porto presso la Rocca detta ancora oggi “malatestiana”. I lavori del bastione si conclusero l’anno seguente, nel 1552. Sullo speroneche domina la struttura fu posto lo scudo di Papa Giulio III e la data dell’anno giubilare 1550.

Dal 1910 il progressivo abbattimento di tratti di mura malatestiane, graziò, per nostra fortuna, il Bastione o Polveriera dei Sangallo, che poté mantenere la sua peculiare pianta diamantina che infiocca la cinta muraria, come fosse un nastro, nel lato sud­orientale della città. Forse un po’ troppo a ridosso della ferrovia, diremmo oggi, forse un po’ troppo a ridosso di S. Francesco di Paola e i lupanari, si sarebbe detto un tempo, eppure ciò che veramente conta è come tutto si sia perfettamente preservato. La piazza alta e santabarbara si contendono ampi spazi in cui la natura sembra voler riprendere il sopravvento insinuandosi per le feritoie verticali, nei passaggi, tra i mattoni, con il risultato di rendere tutto un po’ più umano, meno mortifero, brutale, letale. Dalla rotatoria sottostante, guardando in alto, il Bastione, ricorda un po’ la prua delle nostre vecchie navi ferme allo squero, con, per polena, un medaglione di bianca pietra e per alberi i pochi campanili superstiti dello skyline cittadino.